A cura di Matteo Scaranello

Il Cammino di Santiago

Non avevo dormito quella notte. Lei era andata via e non sapevo se l’avrei più vista. Rinchiuso in quella stanza… guardavo le persiane aperte. Il sole era già alto nel cielo. Eppure mi sembrava notte…

Porta Itineris

Non sapevo bene cosa mi aspettasse. Tutto sommato non sapevo neanche bene perché mi trovassi lì. Ma stranamente questo mi tranquillizzava. Basta! dovevo smettere di aver paura della paura.
Ero arrivato da poco e non avevo voluto vedere niente della città. Mi trovavo in un albergo di periferia, nei pressi della stazione degli autobus. Dalla stessa stazione il giorno seguente sarei partito per allontanarmi da Santiago. Centoventi km, per la precisione. Fino a Lugo e poi un altro autobus, alla volta di Sarria. Avevo deciso che il mio cammino sarebbe cominciato lì. Proprio su quell’autobus il giorno seguente conobbi David, uno che aveva deciso di percorrere lo stesso itinerario… Appena ottenuta la credenziale abbiamo iniziato a camminare insieme.

Inizia il cammino

Una quindicina di km il primo giorno. Costeggiando la sponda di un piccolo fiume e poi lungo i binari di una ferrovia fino all’albergue di Ferreiros, un paesino sperduto tra i monti del nord della Galizia. Quando siamo arrivati l’albergue era praticamente vuoto, ma si è riempito rapidamente. Gente da ogni dove, da ogni anfratto del mondo. Gli ultimi arrivati, ragazzi andalusi, si sono dovuti arrangiare a dormire sul pavimento. Quella sera a cena con David e un gruppo di signori Danesi ho capito che adoro la birra Spagnola. In ogni regione ce n’è una diversa, lì era “Estrella Galicia”. Ma soprattutto quella sera ho avuto modo di conoscere meglio il mio compagno di viaggio: David, trent’anni, asturiano…. Da qualche tempo viveva a Fuerteventura, un isola dell’arcipelago delle Canarie che (mi vergogno un po’ a dirlo) non avevo mai sentito nominare prima.

Unghia Negra

Il giorno seguente sveglia all’alba. In Galizia l’alba è meno mattiniera che da noi. Quando siamo partiti alle otto passate il sole sembrava essersi appena svegliato. Ventitrè km, il secondo giorno. Giù fino a Portomarìn, un caratteristico paesino che nasce là dove un fiume ha deciso di trasformarsi in un grande lago. Stradafacendo abbiamo chiacchierato con il gruppo dei Danesi…. Uno di loro parlava benissimo l’italiano. Era un appassionato dalla nostra penisola, che, a detta sua, aveva visitato una quarantina di volte. A spasso per l’Italia aveva anche imparato la lingua e visitato luoghi che neanche io ho mai visto.
Breve la tappa a Portomarìn, appena il tempo di curare i piedi, cambiare i calzini e mangiare qualcosa. E poi di nuovo su, verso le montagne. Otto km di salita, durante i quali abbiamo raggiunto un gruppo di milanesi.
“Roma o Lazio?” mi chiedono..
“Lupacchiotto tutta la vita!” rispondo io. “E voi? Milan o Inter?”
“Milan, tutta la vita…!”
“Quanti gliene fate stasera al Barcellona?”
“Tre a uno….”
Non sembrava d’accordo David, che credeva in un risultato opposto per quella finale di Champion.
“Ci si vede a Ligonde, così vediamo la partita insieme….”. Ci salutammo.
L’albergue di Ligonde era molto piccolo, appena diciotto letti. L’abbiamo riempito noi, i milanesi, i ragazzi andalusi, due ragazze comasche, un grosso signore messicano accompagnato da una ragazza tedesca e una coppia di anziani signori svedesi. Ho approfittato del prepartita per lavare i panni nella fonte del paese. Faceva caldo e il posto era tranquillissimo. Ma l’eccesso di tranquillità è sempre presagio di una tempesta e tutti ricordiamo quel pomeriggio per un episodio in particolare… Rientrando in camera dopo aver steso i panni ho notato la presenza di uno strano personaggio. Nessuno sapeva da dove fosse venuto, nessuno lo aveva visto arrivare, tantomeno io che eropreso nel lavaggio dei panni. Non era un pellegrino, non ne aveva l’aspetto: berretto basso sugli occhi, a sua volta coperto col cappuccio di una felpa chiara. Scarpe di marca, jeans strettissimi e arrotolati fino sotto le ginocchia. Pancia che “sblusava” fuori dai pantaloni, tanto erano stretti. Completamente depilato e…. smalto nero sulle unghie. L’anziana custode dell’albergue mi avvertì che era stato visto girovagare per le stanze con fare sospetto. Era inquietante. Appena mi vide mi venne incontro. Era Brasiliano, ma parlava italiano. Mi disse che abitava a Barcellona con un ragazzo di Napoli, dal quale aveva imparato la lingua e che voleva trasferirsi in Italia un giorno. Mentre parlava sembrava gli desse fastidio la luce. Mi faceva un po’ paura, aveva qualcosa di cattivo. Mi stavo già innervosendo quando intervenne il grosso e baffuto signore messicano, che gli disse in spagnolo e senza mezzi termini:
“Ti hanno visto frugare in giro. Te lo dico chiaramente: se sparisce qualcosa ti butto giù dalla finestra”
Il ragazzo prese a guardarlo con una cattiveria impressionante.
- “Te lo ripeto: guarda quanti siamo… O te ne vai da solo o per te sono dolori!”
A questo punto il ragazzo ha cominciato a rantolare. Inveiva contro il messicano borbottando cose in una lingua incomprensibile, ma senza mai guardarlo in faccia.
“Guardami negli occhi” riprese il messicano. “Io so chi sei e non mi metti paura con queste cose….”
Il ragazzo rimase di pietra. Poi di corsa raccolse le sue cose e, così come era arrivato, spari giù in strada in un attimo. Tutti i presenti rimasero in silenzio, mentre il signore messicano riprese a fare le sue cose.
“Ma chi era…?” Gi chiesi.
“Non lo so, ma sicuramente è uno che ha a che fare col diavolo….”
Rimasi in silenzio e feci finta di niente, così come faccio sempre quando mi trovo in una situazione che in fondo mi fa paura, ma non devo darlo a vedere.
“Lo so perché ci lavoro con queste cose …” aggiunse Messico.
Inutile dire che di chiedergli che lavoro facesse non mi è passato neanche per l’anticamera del cervello. Mi faceva quasi più paura lui di Unghia Negra (così l’aveva soprannominato David). Sono uscito fuori a prendere una birra, mentre l’anziana custode mi seguiva farfugliando tutta contenta che era stato meglio che lo strano tipo se ne era andato.

Italia-Spagna 2-1

C’era il sole e rimasi seduto un po’ a chiacchierare con le due ragazze comasche. Da dentro provenivano cori da stadio intonati rispettivamente da milanesi e andalusi. Anzi, dai tifosi del Milan e da quelli del “Barca”. L’atmosfera carica del prepartita prese ben presto il sopravvento e ci dimenticammo in fretta di Unghia Negra. Mancava poco più di un’ora al fischio d’inizio, quando i rispettivi capi ultrà delle due tifoserie decisero che era necessario porre fine a quella situazione di cori e prese in giro con un immediata partita che decidesse chi fosse più forte a pallone. Non si poteva più attendere. Dopo un breve giro per il paese riuscimmo a trovare un pallone. Il terreno di gioco fu individuato in un campo adiacente l’albergue. Le squadre erano formate dai ragazzi andalusi ai quali si unì David e dai milanesi che mi vollero con loro per rinforzare il reparto difensivo. Direttore di gara una delle ragazze comasche, assistita dalla sua amica.

Italia - Spagna

Il primo tempo da venti minuti fu caratterizzato da un gioco estremamente equilibrato durante il quale la squadra italiana rispondeva con una strenua difesa alle incursioni in velocità degli spagnoli, certamente più preparati dal punto di vista fisico. Fu quasi allo scadere del primo tempo che una azzardata uscita del nostro portiere permise agli spagnoli di passare in vantaggio.
Forti proprio di quel vantaggio i giocatori avversari iniziarono la ripresa spingendo molto in attacco. La nostra difesa ad uomo serviva a ben poco. Grazie alle continue incursioni sulle fasce sfiorarono il raddoppio in un paio di occasioni e fu solo grazie alla bravura del nostro portiere se riuscimmo a mantenere il risultato. Ma verso la metà del secondo tempo gli iberici cominciarono a pagare lo scotto delle energie spese fino a quel momento. Le trame del loro gioco cominciarono ad allentarsi e i difensori erano sempre più lenti a rientrare per coprire sui nostri contropiede. Il modulo all’italiana cominciava a dare i suoi risultati. E fu proprio grazie ad una azione di contropiede che riuscimmo a pareggiare il risultato. Ma la partita non era ancora finita. David che fino a quel momento era stato in porta diede il cambio ad uno dei suoi per portare un po’ di fiato all’azione spagnola. Decidemmo di controbattere allo stesso modo e presi io il ruolo di portiere. Fu un successo. Un mio rilancio, dopo una facile parata su un tiro piuttosto debole, diede il via all’azione del gol della vittoria. Breve discesa sulla fascia del nostro fresco portiere, che, marcato da due difensori si è portato al centro per lasciare la palla ad un compagno. Cambio di gioco verso il lato opposto dell’area, ma ancora il nostro portiere, solo davanti la porta chiede palla. Un tiro preciso e potente su passaggio del compagno… Fu il delirio. Ci sembrava di aver vinto la partita della vita. Canti di gioia fino al ristorante dove stava per cominciare la vera partita.

La Cidra

Quella sera il Milan non ebbe la nostra stessa sorte, forse per par condicio: il pareggio non gli bastò a vincere la Champion. Nonostante questo eravamo tutti contenti. Passammo una bellissima serata, tutti gli ospiti dell’albergue a cena insieme nello stesso ristorante, compresa la simpatica custode. David dispensava Cidra a tutti versandola tenendo la bottiglia in alto con una mano e il bicchiere più in basso possibile con l’altra, alla tipica maniera asturiana, mentre il messicano chiacchierava in spagnolo con la tedesca la quale gli rispondeva….. in italiano.. e molto bene anche! Eh si, la comunicazione non ha ostacoli quando c’è la volontà di comunicare.
Ero contento, tutti lo eravamo quella sera…

Radio Cammino

La mattina seguente ero fisicamente a pezzi. I polpacci erano contratti al punto che non riuscivo a sollevare la punta del piede. Inoltre non potevo poggiarli a terra senza provare un forte dolore sotto la pianta, come un cuneo che si conficcava sempre più in alto nel piede. Stavo pagando molto cara la prestazione atletica della sera precedente! Era arrivato il momento di ricorrere all’antinfiammatorio che avevo preventivamente portato con me. Chiesi a David di iniziare ad andatura moderata. Nonostante i 20 minuti di stretching prima di partire, mi ci volle un ora circa per scaldare le gambe ed entrare a regime ottimale di andatura. Il tempo era grigio, e la temperatura si era abbassata un po. Nonostante tutto gli undici km fino a Palas De Rei scivolarono via facilmente. Ci fermammo a visitare una chiesetta in paese e ne approfittammo per una breve sosta per curare i piedi. Nel frattempo chiacchierammo con due ragazze spagnole, non ricordo precisamente di dove, ma ripartimmo quasi subito. Non potevo permettermi di raffreddare troppo i muscoli. Mancavano ancora ventidue km fino a Melide, di cui i primi quattro in salita. Arrivammo fino ad un fiume. Per attraversarlo c’erano cinque enormi massi posti circa ad un metro di distanza e bisognava saltare da uno all’altro. Il cammino proseguiva tra i boschi. Raggiungemmo una ragazza che camminava davanti a noi, era italiana, di Vicenza ed era rimasta un po’ indietro rispetto le sue compagne di viaggio. Ci presentammo:
“Piacere mi chiamo Matteo, sono di Roma….” Dissi io.
“Ah, sei tu il romano che ha vinto a pallone insieme ai milanesi, contro gli spagnoli…?”
David intervenne subito:
“Si, pero l’arbitro era italiano!” disse ridendo.
“E tu che ne sai della partita ?” le chiesi io.
“Mi è giunta la voce….” rispose lei sorridendo sotto i baffi.

Le ragazze di Radio Cammino

Prese a raccontarci un po’ di aneddoti e pettegolezzi sulla gente che aveva incontrato. In un attimo ci informò su tutti quanti stavano camminando in quel momento. La soprannominammo “Radio Cammino”. Le raccontammo di Unghia Negra, ma lei già sapeva e ci disse di averlo avvistato poco prima a Palas De Rei. L’accompagnammo fino al primo punto di ristoro, dove l’attendevano le sue amiche, la salutammo e proseguimmo.
Uno degli aspetti che mi colpì subito del cammino era questo: durante il cammino ci si trovava e ci si lasciava, magari per ritrovarsi dopo alcuni giorni… Con chiunque ci si rincontrava sembrava di conoscersi da una vita.

Il Pulpo

Alle porte di Melide raggiungemmo i ragazzi andalusi, i nostri “avversari” della sera precedente. Entrammo in paese insieme a loro e ci dirigemmo subito all’albergue. Era molto grande: Tre piani, una grande sala, cucina e lavanderia con lavatrici e asciugatrici a gettoni. Si vedeva che stavamo avvicinandoci a Santiago: più gente e ostelli più organizzati.
Avvertimmo la custode di quello che era successo a Ligonde con Unghia Negra la sera precedente. Non facemmo neanche in tempo a finire che arrivò un gruppo di spagnoli. Uno di loro ci interruppe e chiese alla custode se per caso si trovasse lì uno strano ragazzo con cappellino, completamente depilato e soprattutto unghie nere. Era abbastanza agitato. Raccontò che due giorni prima era stato derubato dal ragazzo nell’albergue di non ricordo quale paese e avverti la custode che se lo avesse fatto entrare avrebbero dovuto toglierglielo dalle mani. La custode capì la situazione e ci rassicurò che sarebbe stata attenta a quel ragazzo, ma che tuttavia se fosse arrivato lì provvisto di regolare credenziale non avrebbe potuto cacciarlo.
David e io stavamo per uscire quando all’ingresso notai un gruppo di nuovi arrivati. Era il gruppo più numeroso che avevo incontrato durante il cammino. Erano italiani, accento pugliese. Il mio sguardo si incrociò con quello di una ragazza. Era mora, occhi neri, pelle scura e un bellissimo sorriso… Indossava una bandana rossa e in viso era un po’ scottata dal sole. Era molto carina…
Fuori faceva caldo. Durante il cammino David mi aveva più volte spiegato che il pulpo è un piatto tipico della Galicia e Melide è uno dei posti più famosi del cammino per mangiarlo. Ci dirigemmo verso un ristorante dove si mangiava quasi esclusivamente pulpo e prenotammo un tavolo per la sera, per noi e per i milanesi.
Al ritorno in albergue mi fermai a sedere sugli scalini d’ingresso. C’era un bel sole e si stava bene lì fuori. Era rilassante. Chiusi gli occhi, per assorbire meglio quella sorta di energia che veniva dalla luce di Santiago……
D’un tratto una voce di fianco a me: “E tu… che ci fai qui….?” mi chiese.Era la ragazza carina che avevo visto poco prima. Quasi mi prese un colpo. “Beh, quello che fai tu….” risposi fingendo disinvoltura “cammino….”. E così iniziammo a chiacchierare. Roberta, di Lecce, ma studiava medicina a Bari… I ragazzi con i quali camminava facevano parte di una associazione ambientalista. Ogni anno organizzavano un escursione, in qualche riserva naturale. Quell’anno avevano deciso di fare il Cammino. Mentre parlava ero imbambolato ad esplorare ogni angolo del suo viso. Aveva un neo sopra il labbro superiore, sulla destra. Mi piaceva un sacco…!
Di colpo il rumore di un auto mi svegliò da quell’incanto. Un taxi si fermò davanti l’entrata dell’albergue. Scesero i signori Danesi che avevamo incontrato il secondo giorno. Quello che parlava meglio italiano mi vide e sorrise, con la stessa espressione di un bambino beccato con il dito nella marmellata. “Ci facevano troppissimo male i piedi” mi disse. “Non ce la facevamo a continuare a camminare. Ma per una volta non fa niente, no..?!” e strizzò l’occhio tenendo contemporaneamente il dito davanti la bocca in segno di silenzio. “No, per una volta non si arrabbia nessuno…” ribattei io “..tanto meno San Giacomo. Il vostro problema ora è che l’albergue è pieno e dovrete arrangiarvi a cercare un hotel”. E così fecero.
Nel frattempo si era fatta l’ora della cena. Quando David e io arrivammo alla “pulperia”, i milanesi erano già lì ad aspettarci. Salutai il gruppo di danesi al tavolo accanto, mentre in fondo alla sala c’era la grande tavolata dei ragazzi pugliesi. Roberta mi sorrise.

Il Pulpo

Vicino l’entrata una signora davanti un grande camino cucinava il polpo. L’acqua bolliva sul fuoco insieme a foglie di Lauro, dentro grandi pentoloni in rame. La signora prendeva il “cefalopode” (non so se è più brutto lui o il suo nome..) e ,dopo averlo pulito, lo immergeva nell’acqua. Recitava una breve frase, come una specie di preghiera, quindi lo tirava via. Ripeteva questo rito tre volte, poi lo lasciava a cuocere per più di tre quarti d’ora. Il risultato era un polpo tenerissimo, servito su un piatto di legno e condito con olio, sale grosso e “pimenton picante”. Ci servirono anche del formaggio stagionato e annaffiammo il tutto con un buon vino bianco servito in coppe di terracotta basse e larghe. L’atmosfera era festosa: David aveva preso possesso della macchina del caffè e ne dispensava a tutti (per la gioia della padrona che poteva dedicarsi ad altro) e c’erano frequenti brindisi tra i tavoli dei vari gruppi di pellegrini. Fu all’ennesima incursione al nostro tavolo da parte di una signora del gruppo dei Danesi, che il marito corse a riprenderla, portandola via e scusandosi, mentre questa continuava a ridere e a dirci cose incomprensibili… Mah, tutte così disinibite queste donne del nord!
Tornammo all’albergue accompagnati da un fiume di stelle in un cielo nerissimo. I piedi erano tornati a rivendicare la loro esistenza a suon di fitte e crampi e il mio sembrava l’incedere di uno zoppo. Ma ero contento lo stesso, anzi più mi facevano male e più ero felice: mi sentivo vivo!

Tedoforo

Appena posai i piedi giù dal letto, la mattina successiva, fu come se si fossero piantati sul pavimento. Tutti i muscoli delle gambe dal polpaccio in giù sembravano inchiodati. Cos’era? Lo sciopero degli arti inferiori? Mi ci volle un grande sforzo per resistere al dolore e l’aiuto di cosce e ginocchia (che per fortuna ancora mi davano un briciolo di fiducia) per portarmi fuori dell’ostello. E poi mezz’ora di stretching prima di poter articolare i primi passi… Il cammino iniziò molto lentamente quella mattina e mentre cominciavamo la salita verso la collina da dove avremmo ripreso il sentiero ci lasciavamo alle spalle una Melide ancora assonnata e un po nebbiosa.
Quella sarebbe stata la tappa più dura e lo sapevamo. Ma ancora non ne eravamo consapevoli. Volevamo raggiungere Arca che distava da Melide 36 km! Quasi una maratona!

La cura dei piedi

I primi 18 km erano di sentieri e attraversavano numerosi boschi e colline. I miei piedi cercavano le parti di terreno più soffice per camminare, le foglie, oppure il fango… Lungo le salite mi aiutavo con il bastone che avevo portato con me. Fino a quel momento era stato solo una specie di testimone da stringere in mano, ma quel giorno era diventato indispensabile. Mi ci spingevo con le braccia per togliere un po di peso alle gambe. Era appartenuto a mio nonno quel bastone e mi stava aiutando tantissimo. Pregavo perchè anche nonno mi aiutasse… Durante le ripetute soste David curava le vesciche. A me ancora non erano venute, ma subito dopo aver messo la solita crema Prep, come ero solito ogni tre ore, applicai comunque dei cerotti per precauzione sulle parti più soggette all’attrito con la scarpa.
Ad Arzua le cose cambiarono un po’. Innanzitutto sbagliammo strada e fummo costretti ad una deviazione per riprendere il cammino, il che ci costò circa tre km di strada in più. Inoltre il fatto che ci stavamo avvicinando a Santiago comportava che il cammino passasse sempre più spesso per strade battute e sempre più spesso asfaltate. E più il suolo era duro più soffrivo ad ogni passo. Volevo quasi piangere quel giorno. Non ricordo molti particolari di quella tappa del cammino. Quel giorno mi ero alienato per resistere al dolore… Nonostante questo non poté sfuggirmi una ragazza dall’aspetto nordico con la quale David scambiò alcune parole. Stava sdraiata su un prato. David la spronò a proseguire, ma lei rispose che non ce la faceva: aveva fumato uno spinello e ora non riusciva più a rialzarsi! La salutammo e ripartimmo, ridendo per almeno due chilometri.
Arrivammo ad Arca alle 4 inoltrate del pomeriggio. Scendendo verso il giardino dell’albergue avevo la sensazione di essere come un Tedoforo, solo che anziché la fiaccola portavo il bastone di nonno e tanta voglia di riaccendere un antico fuoco che mi bruciava dentro! E i milanesi intanto, già ci chiamavano dabbasso….

La vigilia

Ci intercettarono mentre scendevo le scale che conducevano al grande giardino antistante l’albergue e ci mostrarono un pellegrino seduto appoggiato ad un muro. Se ne stava tutto solo in faccia al sole, ma completamente al riparo dalla luce grazie al berretto, al cappuccio della felpa e ad un paio di occhiali scuri. Ovviamente era Unghia Negra. Per fortuna la custode ci sistemò in una stanza differente da quella in cui dormiva lui. Molti ospiti dell’ostello erano stati allertati sul suo conto e la voce si era sparsa in fretta. Nonostante questo tutti si comportavano con disinvoltura nei suoi confronti e lui sembrava fare lo stesso.

Gli Andalusi in cucina

Quella sera non cenai con David. I ragazzi andalusi avrebbero preparato la pasta ed invitarono anche noi. Ma quando entrai in cucina vidi delle scene orripilanti: spezzarono gli spaghetti e li buttarono nell’acqua bollente. Li fecero cucinare finché non rimase più acqua nella pentola e dopo averli scolati aggiunsero una confezione di panna da cucina fredda. Corsi di fuori tenendomi la mano sulla bocca per soffocare i conati di vomito. Dopo essermi ripreso dallo shock del sacrilegio al quale avevo assistito raggiunsi di corsa i milanesi che frattanto si erano accomodati al tavolo di un modesto ristorante. Ebbi modo di chiacchierare con loro, conoscerli meglio, ma soprattutto di mangiare qualcosa di decente.
Al ritorno all’ostello ci trovammo di fronte ad una scena curiosa: si era formato un gruppo di pellegrini attorno ad un ragazzo tedesco vestito da cow-boy che suonava la chitarra. Fra tutta quella gente che proveniva un pò da tutto il mondo se ne stava anche Unghia Negra. Ascoltava, ma non parlava. Sempre con il cappuccio in testa sopra al berretto anche se era ormai notte. Partecipava anche lui a quel clima di festa. Tutti erano eccitati perché il giorno successivo sarebbero arrivati a Santiago, alla fine di quel duro cammino, e sembrava quasi che Unghia Negra volesse partecipare a quella gioia.
Quella sera il mio gruppo Italo-Spagnolo decise che il giorno successivo a Santiago avremmo alloggiato in un albergo. Avevamo voglia di regalarci “un po di lusso” e David si occupo di prenotare tre stanze doppie… in una pensione economica.

Santiago

Era l’ultimo giorno di cammino, meno di venti chilometri ci separavano da Santiago. La voglia di arrivare diede a me la forza di sopportare i dolori ai piedi e a David quella necessaria per sopportare le sue vesciche.
Tutto sommato la strada non era male. Fino quasi al Monte Do Gozo si trattava di sentieri tra grandi boschi di Eucaliptus e io adoro quegli alberi. Dalle mie parti ce ne sono tanti e mi facevano sentire a casa. E poi è bellissimo quando il vento agita tutte quelle foglie e il fruscio ti da l’impressione di essere sempre nei pressi di un fiume. Sul Monte Do Gozo ci fermammo sotto il monumento dedicato a Papa Giovanni che lì tenne una delle sue famose Giornate Mondiali Della Gioventù. Da quella altura si vede Santiago De Compostela proprio sulla collina dirimpetto, a pochi chilometri di distanza. Lì i pellegrini si fermavano a passare l’ultima notte prima di arrivare in città la mattina successiva per partecipare alla messa di mezzogiorno, la messa del pellegrino. Percorremmo gli ultimi chilometri parlando con due madrileni, Paula e suo padre. Paula accompagnava il padre in quel viaggio perché lui ci teneva molto (al viaggio, ma anche a lei… n.d.a.). Mi confessò che l’unica cosa bella di quella esperienza per lei era stato il conoscere gente, ma che questo avrebbe potuto farlo anche sdraiata sul lettino di un villaggio vacanze in Messico… Mah, dico io, tutte uguali e così vuote queste ragazze di oggi? Lo dice a me poi, che odio i villaggi vacanze: ti devi divertire per forza! E se io voglio essere malinconico un giorno? Ché a me ogni tanto piace essere malinconico? No, non è possibile, ci sono gli animatori idioti che ti coinvolgono in giochi altrettanto idioti.
Tenni per me tutte queste considerazioni mentre arrivammo alle porte di Santiago dove salutammo i nostri amici che si fermavano in un albergo. Noi invece proseguimmo attraversando il ponte che conduce in città. Camminavamo commentando la storia di Unghia Negra. Secondo quanto mi spiegò David chi fa il Cammino di Santiago incontra in qualche modo il diavolo. Ci chiedevamo appunto se Unghia Negra non fosse… ecco, come dire… un dipendente di…. beh, si, insomma… avrete capito. Mentre facevamo questi discorsi, ci accorgemmo che la sua figura ci veniva incontro dall’altra parte della strada. Camminava in senso opposto al nostro, sembrava stesse compiendo il cammino al contrario. Quando ci incrociammo ci guardò con la sua aria cattiva, ma non accennò un saluto come si conviene ad un pellegrino. Durante tutto il cammino i pellegrini salutano tutti quelli che incontrano che a loro volta ricambiano augurando un buon cammino. Sorvolammo questo inutile dettaglio e affrettammo il passo verso la cattedrale.

Santiago

La cattedrale di Santiago era bellissima e ci fermammo un attimo ad ammirarla in tutta la sua gotica imponenza. Dentro c’erano già i milanesi che come al solito erano arrivati prima di noi e ci aspettavano. Ci abbracciammo per la gioia e poi abbracciammo la statua del santo come vuole il rito. Mi fermai a pregare davanti la tomba del santo e poi raggiunsi il gruppo per compiere l’ultimo rito, quello della colonna. In pratica bisogna cercare su una colonna che sorregge la statua di San Giacomo degli appositi appigli per le mani che sono nascosti tra le intarsiature. Una volta trovati si danno tre capocciate alla colonna e si chiede al santo di intercedere per le proprie preghiere. Usciti dalla cattedrale ci dirigemmo in un ufficio che si trova poco distante per ricevere la nostra Compostela. Eravamo felici come bambini quando ce la diedero.
Dopo aver pranzato girammo per le vie del paese dove incontrammo molti dei pellegrini conosciuti durante il viaggio tra cui i signori danesi e le ragazze di Radio Cammino, con le quali ci intrattenemmo a lungo in un bar. Comprai del gel per capelli del quale mi ero privato per tutta la durata del viaggio e poi ci dirigemmo in albergo a riposare un po.

La Parigi-Dakar

L’appuntamento era per le 20 nella hall dell’albergo. Aspettavamo tutti David che si presentò esclamando:
“Stasera, se siete d’accordo, ceneremo con le tapas, come è tipico qui in Spagna…”
Tutti noi lo guardavamo con aria curiosa e lui riprese “Per esempio prendiamo il primo e un bicchiere di vino in un locale, il secondo e un altro bicchiere di vino in un altro, il dolce in un altro ancora…”
Uno dei milanesi lo guardò e mentre teneva la faccia appoggiata sulla mano e il gomito sullo schienale della sedia disse: “David. Sai come la chiama mia nonna di Brescia sta roba qui..? Lei dice: fare le santelle…”
Subito immaginai le piccole cappelle che si trovano agli incroci delle strade di campagna e noi che ci fermavamo a pregare ad ogni incrocio. Ovviamente la metafora era quella di fermarsi in tutte le osterie per bere. Scoppiammo tutti in una fragorosa risata. David non capiva e ci guardava imbarazzato.
Santiago, oltre ad essere nota per la cattedrale è anche famosa per la sua università e quindi è piena di ragazzi e di locali. Mi ricordava vagamente Siena a parte per il fatto che a Santiago c’erano più locali. In particolare c’è una strada in centro dove si trova la più alta concentrazione di locali. Il primo locale della via si chiama “Caffè Parigi”, mentre l’ultimo “Caffè Dakar”. Quella sera abbiamo fatto la “Parigi-Dakar”. David entrava nei locali, selezionava per noi pietanze e vino dal menù e dopo 30 al massimo 40 minuti ci portava in un altro locale. Concludemmo il giro eno-gastronomico a Dakar con i dolci e del vino liquoroso. Eravamo ubriachi… di cibo e di vino, ma anche di chiacchiere e risate. I milanesi ci lasciarono e tornarono in albergo, mentre noi decidemmo di concederci altri due disco bar prima di andare a dormire.

Il Bota Fumero

Stavolta l’appuntamento era per mezzogiorno dentro la cattedrale, per partecipare alla messa del pellegrino. Trovammo posto nella navata laterale destra. Le hostess ci fecero sedere in terra nello spazio tra l’altare e le panche e ci raccomandarono di non alzarci per nessun motivo durante la celebrazione. Ci raggiunsero anche Paula e suo padre con i quali ci eravamo dati appuntamento il giorno prima.
La messa si svolse solenne e verso la fine il vescovo prese a salutare tutti i pellegrini che erano giunti a Santiago il giorno precedente. “Salutiamo il pellegrino italiano giunto da Sarria…” disse ad un certo punto (ero io).
Finita la celebrazione arrivò il momento che tutti aspettavamo, quello del Bota Fumero. Si tratta di una enorme incensiera di argento appesa con un cavo al centro della cupola della cattedrale. Grande quasi quanto una persona il Bota Fumero una volta acceso viene fatto oscillare tra le due navate laterali grazie ad un sistema di corde e leveraggi. Arriva fino al soffitto prendendo una notevole velocità durante la fase di discesa e lambendo quasi la testa dei pellegrini seduti in terra. L’incenso diventa incandescente lasciando dietro di se una scia luminosa e in un attimo la cattedrale si riempie dei suoi fumi. A questo punto la sua corsa viene rallentata sempre di più, fino a quando non diventa tale da permette ad uno dei proboviri della confraternita della cattedrale di afferrarlo e cominciare e girare come una trottola insieme a lui per riuscire a trasformare la sua forza in un caratteristico balletto a due che riporta il Bota Fumero nel suo punto morto di partenza. Un tempo questo affascinante spettacolo pirotecnico doveva servire a nascondere il puzzo dei pellegrini che giungevano a Santiago per ottenere l’indulgenza papale. Che brutto pensare ad una chiesa che non sopporta l’odore dei suoi pellegrini…
All’uscita della cattedrale una vocina roca richiamò la mia attenzione. Mi girai intorno, ma non vidi nessuno. Sentii di nuovo chiamarmi e tirarmi per un braccio. Una suorina bassa e minuta mi chiedeva da dove venissi. “Da Roma…” risposi io.
“Ahhh… Sono stata a Roma a vedere il Papa…”.
“Questo Papa o il precedente….?” le chiesi.
“No.. Juan Pablo!! Mi piaceva molto….”
“Eh si..” conclusi, “..è stata veramente una grande persona…”.

A Mamma

Il momento dei saluti è sempre il più malinconico, ma anche il più carico di emozioni. Questo momento arrivò dopo pranzo. Mai ci si sente tanto legati ad una persona come quando si condivide un cammino, qualsiasi tipo di cammino. Il primo a lasciarci fu David. Che ci invito tutti a raggiungerlo a Fuerteventura. Poi fu la volta del gruppo di milanesi.
Mi ritrovai solo nella piazza dietro la cattedrale in quella domenica di sole. Seduto sulla gradinata della piazza tirai fuori dallo zaino alcune cartoline che avevo comprato e cominciai a scrivere:

Vengono le vesciche e fanno male i piedi…
Si incontrano nuovi compagni di viaggio, ma poi si perdono…
Bisogna avere chiaro dove si va e dove ci si trova, ma nonostante questo ci si perde lo stesso…
E’ il cammino… della vita!

L’arrivo

Lei era andata via e sapevo che non l’avrei più vista. Seduto in quella piazza… guardavo la vita davanti a me. Il sole era alto nel cielo. Ed ero felice…

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